Viaggiare “in direzione ostinata e contraria” richiede, oggi come ieri, tempra caratteriale forte, nitida pulizia morale, coerenza inossidabile. Giosuè Calaciura è stato sempre “disobbediente alle leggi del branco”: dalle prime esperienze nel giornalismo maturate in un quotidiano, L’ora, “storico” per l’avversione al potere – mafioso, innanzitutto –, all’affermazione nella redazione di un programma radiofonico, Fahrenheit, unico per il coraggio di occuparsi di libri, merce destinata al rogo in una società omologata e declinante verso l’incultura; dal suo primo romanzo, Malacarne, all’ultimo, Borgo vecchio, proiettati in realtà di degrado ma trasudanti umanità variegate.
Scrittore originalissimo in un panorama editoriale appiattito da logiche di mercato, Giosuè Calaciura, pur nella sua multiforme produzione, punta i riflettori sull’universo degli ultimi, cogliendone l’anima nelle sue molteplici sfaccettature, oscillante tra la luce e il buio, la disperazione e la speranza, senza nulla concedere a raffigurazioni di maniera. Il suo singolare timbro di scrittura – sospeso tra teatrale visionarietà, immaginazione onirica, crudo realismo – è ravvivato dalla pietas che anima le sue “creature” e i luoghi –talora incantati, altre volte prigionieri di malefici sortilegi- in cui si muovono.
Lo sguardo rivolto a uomini e donne relegati ai margini del consorzio sociale e l’impegno pervicace per una resistenza umana in tempi pericolosamente inclini allo smarrimento dei valori più autentici accostano Giosuè Calaciura, per sensibilità e spirito controcorrente, a Pino Veneziano, testardo paladino, come lui, delle istanze degli ultimi.
Sebbene da tempo viva e lavori fuori dall’isola, Gaetano Savatteri ha come costante punto di riferimento la Sicilia, sia nella sua intensa attività giornalistica che nella sua prolifica produzione letteraria. Dalla Sicilia Savatteri non riesce a staccarsi, probabilmente per un legame ancestrale e per un viscerale affetto che non gli impediscono, tuttavia, di osservarne costumi, protagonisti e comprimari con lucida e distaccata intelligenza. Savatteri ama la Sicilia ma rifugge dal celebrarla con enfasi, detesta i mali che l’affliggono ma alla loro denuncia non accompagna piagnistei conditi di pessimismo atavico, della sua terra sa riconoscerne ritardi e contraddizioni ma anche coglierne i segni di un cambiamento capace di smentire i più consolidati luoghi comuni.
La rappresentazione della Sicilia che emerge dalle tantissime pagine di narrativa e di saggistica di Savatteri è lontana da quella oleografica e da cartolina ed è disancorata da stereotipi che tuttora si legano, deformandone l’autentico pensiero, anche ai mostri sacri della nostra letteratura. La sua scrittura cristallina e brillante, chiara come nella tradizione del miglior giornalismo dedito alla letteratura, è talvolta accesa da una vis polemica mai fine a se stessa e dal gusto della provocazione. Scrittore e giornalista fuori dal coro –come il suo maestro Leonardo Sciascia, da cui solo apparentemente si distacca nel suo ultimo saggio Non c’è più la Sicilia di una volta -, Gaetano Savatteri ha il coraggio di dire ad alta voce quello che pensa, consapevole di dovere pagare il prezzo del suo non conformismo. Lo stesso coraggio animava, in tempi diversi e con differenti modalità espressive, il cantastorie Pino Veneziano.
Andrea Bartoli e Florinda Saieva – notaio lui, avvocata lei – nel 2010 lasciano Parigi, dove risiedevano temporaneamente, e decidono di stabilire la loro residenza a Favara, complessa e degradata cittadina a tredici chilometri dalla Valle dei Templi di Agrigento, lo fanno ripromettendosi di non lamentarsi, di non lasciarsi andare alla rassegnazione, impegnando le loro energie economiche e il loro tempo nella costruzione di “un piccolo pezzo di mondo migliore”, per i propri figli e per la città. Nasceva così, sette anni fa, nel centro storico di Favara, tra la diffidenza e l’incredulità generali, Farm Cultural Park, centro culturale indipendente di nuova generazione con una forte attenzione all’arte contemporanea e all’innovazione.
In poco tempo Farm Cultural Park, con i suoi spazi espositivi, le sue residenze artistiche, SOU – Scuola di Architettura per bambini, è diventata la seconda meta turistica della provincia, dopo il Parco Archeologico di Agrigento, un luogo dove si fa cultura all’insegna dell’innovazione, un’opportunità di crescita economica per un’intera comunità alle prese con le ristrettezze della crisi.
Andrea Bartoli e Florinda Sajeva hanno vinto tante sfide, sfatando più di un luogo comune: i siciliani hanno talento imprenditoriale (Farm Cultural Park non è assistito da finanziamenti pubblici), si può rigenerare un tessuto urbano dissetato avendo un doppio sguardo, rivolto alla storia ma anche alla contemporaneità, creando ricchezza dalla cultura. Farm Cultural Park è testimonianza concreta di quella che molti osservatori hanno definito l’Orange Economy o Creative Economy.
Nel tempo Farm Cultural Park ha ottenuto tantissimi riconoscimenti nazionali e internazionali, presenze alla Biennale di Venezia e tanti premi, l’ultimo il prestigioso Curry Stone Design Prize. Questo “museo di persone”, come amano definirlo Andrea Bartoli e Florinda Sajeva, perché aggrega artisti, architetti, creativi che vi giungono da ogni dove, non solo dalla Sicilia, è un esempio tangibile “di rigenerazione urbana”, riconosciutopersino dall’UE e persino dagli Stati Uniti d’America, che pensano all’apertura di sede dell’ambasciata culturale americana proprio a Favara.
Il loro esempio dà ragione a Pino Veneziano, che della nostra terra cantava: “Si nni po’ fari un beddu jardinu”.