Premio Pino Veneziano 2016

Vinicio Capossela, Franco Arminio

Quella di Vinicio Capossela è una personalità complessa e poliedrica. Le sue origini irpine hanno certamente segnato il destino di una propensione naturale al raccontare storie in musica, ripercorrendo con ricchezza d’animo i luoghi della memoria che hanno contrassegnato la sua esistenza anche attraverso un’intensa, poetica, attività letteraria. Il cammino creativo e spirituale di questo grande artista – indubbiamente uno dei maggiori cantautori del nostro tempo – è una risposta, non polemica ma convintamente dialogica, alla persistente instabilità del tempo in cui viviamo. E la sua arte, in questo senso, si sviluppa, in una vivace dialettica tra stabilità e mobilità, all’interno di un “perenne labirinto” in cui l’artista si volge «alla continua ricerca del suo centro, del suo barrio».

Il Premio che quest’anno abbiamo deciso di assegnargli è un segno di riconoscenza verso la sua vibrante attività di cantastorie di memorie e di acuto interprete della nostra epoca.

Attraverso la poesia, la letteratura e l’attività documentaristica, Franco Arminio si è fatto attento osservatore e narratore del paesaggio che è testimonianza viva e mappa culturale delle realtà locali. Paesaggio come storia e come riflessione sulle identità e sulle lotte civili che interessano i luoghi oltraggiati da uno sviluppo che – per fare eco a Pasolini – non è progresso e si fa promotore impunito di disastri ambientali e di crisi di valori.

Per far fronte alla drammatica condizione di generale spaesamento in cui versa la società contemporanea, in Italia e non solo, Franco Arminio suggerisce di prestare «nuova attenzione ai luoghi che nessuno guarda più»: ed è questa la “paesologia”, lo studio dei paesi dimenticati.

«Io credo in un nuovo umanesimo – afferma Franco Arminio, richiamando la sua Trevico, un borgo dell’Irpinia orientale – e credo che comincerà da questi luoghi, usciti indenni dal grande rogo del benessere. Qui c’è l’arcaico e c’è internet, così si bypassa in un istante tutto il Novecento: la cultura del denaro, la cultura in sé per come è diventata, e si parte per il futuro».

Per tale ragione, e non solo, abbiamo ritenuto il “paesologo” di origini avellinesi meritevole di un Premio intitolato al nostro concittadino che, come lui, narrava le brutture del “progresso” che “non si può più fermare, né farlo regredire” (trad. it. da Lu progressu).