Un filo rosso collega la diffusione della cultura orale, quella cultura che non lascia tracce scritte dietro di sé, ma racconti, cunti, passaggi di bocca in bocca, da padre a figlio, da nonni a nipoti, narrazioni di fatti lontani o recenti, da Demodoco a Omero, da Don Peppino Celano a Ciccio Busacca, dal cuntista che narrava di Orlando e Rinaldo al cantastorie, giornalista del popolo, che di piazza in piazza riportava fatti e misfatti della cronaca più recente … fino a Pino Veneziano che ci ha anche raccontato con le sue canzoni l’Italia delle stragi negli anni Settanta o il disastro di Cernobyl.
Il filo rosso è, da sempre, la capacità di trasfigurare quei fatti, di “digerirli”, di vederli con occhi “altri” rispetto alla Storia ufficiale, e di restituirli all’attenzione e alla memoria con le parole del popolo; la capacità di farsi medium, mediatore tra gli eventi, mitici o quotidiani che fossero, e la sensibilità popolare che su quegli eventi era chiamata a commuoversi, a riflettere, a ripensare la sua propria personale storia ed anche, perché no, a darsi delle risposte.
Il lavoro di Ascanio Celestini si muove su questo stesso solco, prende il testimone di questa tradizione di cantori, ciechi o vedenti che siano, e conduce il suo “filo” lungo i percorsi della sua terra, l’agro romano, tramanda i giorni dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, o, con le parole del padre, quelli della Liberazione di Roma, coi tedeschi in fuga e il bombardamento di San Lorenzo, e altri fatti della storia del nostro Paese così come vissuti dal racconto dei protagonisti, più spesso umili, popolo, fanciulli e non generali né statisti.
Il premio ad Ascanio Celestini intende sottolineare la continuità di questo percorso, le cui origini sono remotissime (forse hanno la stessa età dell’uomo) e che oggi, attraverso il suo luminoso esempio di “cantastorie” moderno, riesce ancora a toccare il cuore e la mente di noi contemporanei.